venerdì 20 luglio 2007

Piccola riflessione serale su identità e relazione

Soeren Kierkegaard.
Pensatore voluminoso e imponente, mente brillante e sottile, teologo, filosofo, prosatore, uomo che fece della riflessione una vera e propria missione.
Non nascondo che il grande mister K. sia uno dei miei pensatori preferiti.

Giusto oggi stavo pensando ad un piccolo estratto del suo diario che qui riporto.

"Il Singolo è la categoria attraverso la quale devono passare - dal punto di vista religioso - il tempo, la storia, l'umanità".
Il pensiero poi prosegue in una contrapposizione riguardante il "Singolo" e la "Folla". Kierkegaard vede la "folla come menzogna".

Senza addentrarci troppo nei meandri del pensiero Kierkegaardiano, possiamo però fare una piccola riflessione sulla nostra società.
Anche noi viviamo in un tempo dominato dalla "folla". Modi di fare e di dire, il pensiero stesso, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è buono e ciò che è cattivo, ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è "cool" è ciò che è "out", tutto questo è determinato dalla "folla", da ciò che la massa pensa. La nostra società spinge le persone a modellare la propria vita e i propri valori etici intorno ai modelli televisi o cinematografici: i fan club sono la punta di un ice-berg chiamato "perdita dell'identità nel conformismo" (e ironicamente l'anti-conformismo è un conformismo alla rovescia). Ma se da un lato la pressione esercitata dalla combinazione "mass-media più folla" è forse una attenuante, resta nostra la responsabilità di opporci o di adeguarci, di dire no o dire sì.

In mezzo a una simile situazione è bene allora prendere sul serio il consiglio di Mister K. e ritornare alla categoria del Singolo, non inteso come teoria egocentrica (cioè me al centro del mondo), ma come pratica di una identità personale che Dio ha donato a ogni creatura: non una chiusura ermetica ed eremitica dal resto del mondo, ma un camminare con gli altri preservando la propria singolarità; non il forzare la propria diversità esibendola con modo eccentrico, ma il coraggio di essere sè stessi in mezzo agli altri con i propri pregi e i propri difetti.

Come ogni altro aspetto di questa vita, e in particolare di quella vita che il Nuovo Testamento chiama cammino del discepolo di Cristo, si tratta di trovare un punto di equilibrio fra due tensioni: la tensione derivante dalla tentazione di perdersi tra le masse e le folle di questo mondo, la tensione derivante dal chiudersi in sè stessi e di non volersi relazionare agli altri (vivere cioè come un'isola).

Un altro grande personaggio del passato ci fornisce questo equilibrio in un suo scritto: "Vedete quale amore ci ha manifestato il Padre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo" (1 Giovanni 3:1). Giovanni ci sta dicendo che Dio ci ha dato una identità e ce l'ha data in Suo Figlio Gesù. Una identità che preserva la nostra singolarità (entro in questa relazione con Dio in maniera personale, intima e unica nel suo genere, sono amato singolarmente da Dio e conosciuto da Lui in tutti i miei aspetti ) e una identità che al contempo ci pone in comunione e amicizia con le persone, perchè, una volta che qualcuno ha sperimentato Dio, o per dirla come il Salmista, una volta che uno "ha gustato (assaporato) che Dio è buono" non può fare altro che relazionarsi: condividere, testimoniare, cantare, mangiare, danzare, correre e quant'altro, insieme ad altri.

L'unico modo per diventare veramente umani e vivere la propria identità e,
al contempo, l'unico modo per diventare capaci di vivere in relazione ad altri in maniera completa, è entrare prima di tutto in relazione con Dio: "ogni volta che recuperiamo un pezzo della nostra vita dalla folla e rispondiamo alla chiamata di Dio nei nostri confronti, siamo un pochino di più noi stessi, un pochino di più umani. Ogni volta che ripudiamo gli abiti della folla e pratichiamo le discipline della fede, diventiamo un pochino di più vivi" (Eugene Peterson , Run with the horses, IVP).
Uscire dalla folla per ricevere identità nella relazione fondamentale (quella con Dio); uscire dalla folla per poi tornare tra la folla per servire, essendo capaci di amare il prossimo e di mostrare che Dio cambia le vite dando completezza, guarigione ai nostri contrasti, risposte al nostro anelito di certezze e donando, infine, una identità centrata e radicata nella Sua persona.

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