venerdì 4 gennaio 2008

Torino - custa sì l'e' la mia sità



Torino.

Ci nacqui venticinque anni orsono e dopo qualche mese mi trasferì in questa ridente città di mare dove ora vivo, Rimini.

La "mia" città è però Torino; con lei ho un legame unico, segreto, fortissimo, sempre intatto.

Provengo da una famiglia piemontese e io stesso provo un certo orgoglio nel dirmi piemontese, e piemontese a tutti gli effetti; del resto "piemontesi si nasce e si rimane".

Non parlo il dialetto romagnolo e faccio fatica a capirlo.

Il "mio" dialetto è il piemontese, che ho sentito risuonare tra le pareti di casa fin dalla mia infanzia. La bis-nonna, o come la chiamavano io e mia sorella la "nonna-bis", parlava in piemontese con tutti, anche con i nipoti. I nonni chiaccherano ancora adesso amabilmente in piemontese, anche quando dalle chiacchere si passa alle discussioni e ai litigi. Mamma conserva ancora la cadenza, Papà la sua capacità di improvvisare conversazioni in dialetto e, oltre a questo, il vecchio cuore granata (a proposito .. Forza Toro!).

Io, beh io, l'ho già detto, ho un legame particolare con questa città. Amo i suoi lunghi viali, le sue piazze immense, le sue colline che la abbracciano, le montagne che guardano benigne da lontano, la Mole che brilla nella notte, il mite Eridano (così gli antichi chiamavano il Po), lo spirito risorgimentale, il fervore intellettuale, i palazzi, i rumori dei meccanismi delle fabbriche, il Valentino, la Crùseta, Superga, piazza San Carlo, i cannoli allo zabaione con le noci piemontesi tritate, il "bicerin" che Cavour amava sorseggiare, l'allegria di Gianduja, i parenti e gli amici.. già i nostri amati, con cui non solo abbiamo condiviso tempo insieme, all'ombra della meravigliosa città, ma con cui abbiamo condiviso le nostre emozioni e i nostri cuori (ricordo ancora le passeggiate per il centro, le serate passate nel mitico condominio di via Guala - le risate, i giochi, le chiacchere - il rito della "pizza" insieme al piccolo grande zio, ci sono le parole in piemontese con gli amici dei nonni, i ricordi dell'infanzia dei miei genitori, la vita dei nonni, della bisnonna, ecc..), e potrei continuare a dismisura, perchè nel "gomitolo" della memoria si susseguono immagini e ricordi seguendo un ordine emotivo e non razionale, una specie di malinconia perchè, come osserva il giovane Holden Caufield in una pagina del romanzo "The Catcher in the Rye", vorremo che le cose belle rimanessero, in un certo qual modo, sempre presenti.

Alla luce di quanto detto lascio la parola a chi con parole migliori ha saputo esprimere tutto ciò che ho cercato di dire tramite la semplice prosa. Sarà compito del buon vecchio Guido Gozzano (evviva la poesia crepuscolare!) parlare adeguatamente della "sua" città, la "mia" città. Guardè da stè bin

Torino

I.
Quante volte tra i fiori, in terre gaie,

sul mare, tra il cordame dei velieri,

sognavo le tue nevi, i tigli neri,

le dritte vie corrusche di rotaie,

l'arguta grazia delle tue crestaie,

o città favorevole ai piaceri!


E quante volte già, nelle mie notti

d'esilio, resupino a cielo aperto,

sognavo sere torinesi, certo

ambiente caro a me, certi salotti

beoti assai, pettegoli, bigotti

come ai tempi del buon Re Carlo Alberto...


"...se 'l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime..."

"Ch'a staga ciutô..." - "'L caso a l'è stupendô!..."

"E la Duse ci piace?" - "Oh! mi m'antendôpà vaire... I negô pà, sarà sublime,

ma mi a teatrô i vad për divertime..."

"Ch'a staga ciutô!... A jntra 'l Reverendô!..."


S'avanza un barnabita, lentamente...

stringe la mano alla Contessa amica

siede con gesto di chi benedica...

Ed il poeta, tacito ed assente,

si gode quell'accolita di gente

ch'à la tristezza d'una stampa antica...


Non soffre. Ama quel mondo senza raggio

di bellezza, ove cosa di trastullo

è l'Arte. Ama quei modi e quel linguaggio

e quell'ambiente sconsolato e brullo.

Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo

e la "siepe" e il "natìo borgo selvaggio".


II.


Come una stampa antica bavarese

vedo al tramonto il cielo subalpino...

Da Palazzo Madama al Valentino

ardono l'Alpi tra le nubi accese...

È questa l'ora antica torinese,

è questa l'ora vera di Torino...


L'ora ch'io dissi del Risorgimento,

l'ora in cui penso a Massimo d'Azeglio

adolescente, a I miei ricordi, e sento

d'essere nato troppo tardi...Meglio

vivere al tempo sacro del risveglio,

che al tempo nostro mite e sonnolento!


III.


Un po' vecchiotta, provinciale, fresca

tuttavia d'un tal garbo parigino,

in te ritrovo me stesso bambino,

ritrovo la mia grazia fanciullesca

e mi sei cara come la fantesca

che m'ha veduto nascere, o Torino!


Tu m'hai veduto nascere, indulgesti

ai sogni del fanciullo trasognato:

tutto me stesso, tutto il mio passato,

i miei ricordi più teneri e mesti

dormono in te, sepolti come vesti

sepolte in un armadio canforato.


L'infanzia remotissima... la scuola...

la pubertà... la giovinezza accesa...

i pochi amori pallidi... l'attesa

delusa... il tedio che non ha parola...

la Morte e la mia Musa con sé sola,

sdegnosa, taciturna ed incompresa.


IV.


Ch'io perseguendo mie chimere vane

pur t'abbandoni e cerchi altro soggiorno,

ch'io pellegrini verso il Mezzogiorno

a belle terre tiepide e lontane,

la metà di me stesso in te rimane

e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.


A te ritorno quando si rabbuia

il cuor deluso da mondani fasti.

Tu mi consoli, tu che mi foggiasti

quest'anima borghese e chiara e buia

dove ride e singhiozza il tuo Gianduia

che teme gli orizzonti troppo vasti...


Evviva i bôgianen... Sì, dici bene,

o mio savio Gianduia ridarello!

Buona è la vita senza foga, bello

godere di cose piccole e serene...

A l'è questiôn d' nen piessla... Dici bene

o mio savio Gianduia ridarello!...

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